Chiudete pure la finestra di Google Maps o di Wikipedia… Brand non è stata teatro di alcuna campagna militare significativa né nella prima guerra mondiale né in altri conflitti…
Vi siete mai chiesti perché si parla della campagna di Russia e allo stesso tempo della campagna pubblicitaria?
E’ vero che di parole con doppi significati spesso profondamente diversi ne esistono molte… magari è vero che non si può usare la psicolinguistica in ogni istante per trovare un collegamento o un’interpretazione a questa concomitanza d’uso tra la pubblicità e il mondo militare ma indubbiamente la cosa può risultare curiosa o comunque far pensare!
Perché i parallelismi non sono poi così pochi e così banali:
- una campagna militare è altamente pianificata in ogni dettaglio e così lo è una campagna pubblicitaria ben strutturata (o almeno… entrambi dovrebbero esserlo per avere successo)
- una campagna militare prevede il dispiego di numerose e diverse risorse, una campagna pubblicitaria coinvolge competenze di varie provenienza
- una campagna militare viene calendarizzata e bum…. Inizia all’ora x del giorno y, una campagna pubblicitaria “esce” al pubblico in un momento altrettanto previsto e programmato
- nella campagna militare ci sono colonnelli e generali, soldati, marconisti, ecc. ecc., la campagna pubblicitaria ha i suoi direttori artistici, i suoi copy, i suoi creativi, ecc. ecc.
- la campagna militare punta ad un obiettivo strategico da conquistare o distruggere, la campagna pubblicitaria ha un target mirato da coinvolgere o un concorrente da scalzare
e potremmo andare avanti sulla stessa scia con molti paralleli.
E se poi vi nomino il viral marketing, che minaccia di “infettarci” tutti?
O se pensiamo di fare un po’ di guerrilla marketing per la campagna teasing?
Saran solo parole o il riflesso di un nuovo modo di “combattere” e confrontarci armati di mouse e Creative Suite?
giovedì 30 giugno 2011
venerdì 3 giugno 2011
Comunico quindi sono o sono quindi comunico?
Ho già parlato in un altro post delle percentuali della comunicazione dove ho riportato la notizia, piuttosto sorprendente del 57% proprio della comunicazione non verbale, vale a dire gesti, postura, ecc. ecc. http://brainemotion.blogspot.com/2011/03/diamo-i-numeri-le-della-comunicazione.html
Non è strano quindi che volendo tornare a parlare di comunicazione lasci lo spazio a quest'ultima categoria, fatta non dalle parole ma da come ci muoviamo per portare alla luce una relazione che va al di là anche dell'aspetto comunicazione sconfinando in tecniche citate nella PNL.
Prendo a riferimento un gesto che facciamo molto frequentemente sia in colloqui a due, che in gruppo, in piedi o seduti, a casa o ad un convegno e che pesa in termini di comunicazione molto più di quanto forse siamo consapevoli... incrociare le braccia davanti al petto.
Osservatevi... in quanti momenti vi ritrovati incosciamente così? Molte volte!
E osservatevi ancora... come vi sentite quando vi trovate così?
Siete aperti, disponibili, allegri, sensibili, attenti o piuttosto chiusi, poco pronti, relativamente in ascolto, poco coinvolti?
E' vero... magari vi siete messi in questa posizione solo per cambiare posizione... solo per stare comodi ma il più delle volte dietro questa posizione c'è veramente tutta la chiusura che essa comunica all'altra persona.
Perchè questo è il messaggio che passa dalle vostre braccia: chiusura verso chi parla, poco interesse a ciò che dice, distrazione, un certo rifiuto o magari una certa diffidenza.
E' la posizione che prendiamo se non conosciamo l'interlocutore e non sappiamo/vogliamo relazionarci, la posizione che prendiamo quando vogliamo tenere le distanze, quando ad es. su un treno cerchiamo di evitare gli slanci di simpatia del compagno di scompartimento che tenta di attaccare bottone.
Nei casi più seri ci accompagnamo anche l'incrocio delle gambe in modo che nulla possa intaccarci!
Se vogliamo quindi mostrarci aperti, interessati, disponibili, coinvolti, empatici... sciogliamo le braccia e magari mostriamo i palmi.
Ma la cosa interessante che voglio portare in risalto oggi è ancora su un gradino sopra a queste osservazioni.
Normalmente noi pensiamo che una posizione o un gesto siano scelti rispetto allo stato d'animo... vero... ma il punto è che vale anche il contrario!!!
Ricerche hanno dimostrato che chi durante una lezione/convegno, ecc. tiene le braccia e gambe incrociate assimila il 30% in meno di chi ascolta in altre posizioni!
Bizzarro no?
No, in realtà non è bizzarro, perchè siamo un sistema a due vie... il nostro stato d'animo influenza la nostra postura e gestualità e la nostra gestualità influenza il nostro stato d'animo. Pensateci...è interessante come messaggio!
Se volete che ciò che dite risulti incisivo controllate sempre la vostra postura... darà coerenza alle vostre parole e vi aiuterà a trasmetterle con efficacia in un circolo virtuoso che si auto-alimenta!
Non è strano quindi che volendo tornare a parlare di comunicazione lasci lo spazio a quest'ultima categoria, fatta non dalle parole ma da come ci muoviamo per portare alla luce una relazione che va al di là anche dell'aspetto comunicazione sconfinando in tecniche citate nella PNL.
Prendo a riferimento un gesto che facciamo molto frequentemente sia in colloqui a due, che in gruppo, in piedi o seduti, a casa o ad un convegno e che pesa in termini di comunicazione molto più di quanto forse siamo consapevoli... incrociare le braccia davanti al petto.
Osservatevi... in quanti momenti vi ritrovati incosciamente così? Molte volte!
E osservatevi ancora... come vi sentite quando vi trovate così?
Siete aperti, disponibili, allegri, sensibili, attenti o piuttosto chiusi, poco pronti, relativamente in ascolto, poco coinvolti?
E' vero... magari vi siete messi in questa posizione solo per cambiare posizione... solo per stare comodi ma il più delle volte dietro questa posizione c'è veramente tutta la chiusura che essa comunica all'altra persona.
Perchè questo è il messaggio che passa dalle vostre braccia: chiusura verso chi parla, poco interesse a ciò che dice, distrazione, un certo rifiuto o magari una certa diffidenza.
E' la posizione che prendiamo se non conosciamo l'interlocutore e non sappiamo/vogliamo relazionarci, la posizione che prendiamo quando vogliamo tenere le distanze, quando ad es. su un treno cerchiamo di evitare gli slanci di simpatia del compagno di scompartimento che tenta di attaccare bottone.
Nei casi più seri ci accompagnamo anche l'incrocio delle gambe in modo che nulla possa intaccarci!
Se vogliamo quindi mostrarci aperti, interessati, disponibili, coinvolti, empatici... sciogliamo le braccia e magari mostriamo i palmi.
Ma la cosa interessante che voglio portare in risalto oggi è ancora su un gradino sopra a queste osservazioni.
Normalmente noi pensiamo che una posizione o un gesto siano scelti rispetto allo stato d'animo... vero... ma il punto è che vale anche il contrario!!!
Ricerche hanno dimostrato che chi durante una lezione/convegno, ecc. tiene le braccia e gambe incrociate assimila il 30% in meno di chi ascolta in altre posizioni!
Bizzarro no?
No, in realtà non è bizzarro, perchè siamo un sistema a due vie... il nostro stato d'animo influenza la nostra postura e gestualità e la nostra gestualità influenza il nostro stato d'animo. Pensateci...è interessante come messaggio!
Se volete che ciò che dite risulti incisivo controllate sempre la vostra postura... darà coerenza alle vostre parole e vi aiuterà a trasmetterle con efficacia in un circolo virtuoso che si auto-alimenta!
martedì 17 maggio 2011
Corporate identity: immagine o identità?
[Comunicato stampa]
Un incontro presso l’Università di Vicenza per parlarne con l’ing. Ianeselli
L’ing. Elena Ianeselli torna in cattedra a parlare con giovani studenti universitari del mondo della comunicazione aziendale. L’appuntamento del 2011 è presso l’Università di Padova – Sede di Vicenza (stradella S. Nicola, 3), Facoltà di Ingegneria, Dipartimento di Tecnica e Gestione dei Sistemi Industriali nel corso tenuto dal Prof. E. Scarso “Tecniche Quantitative di Marketing”, venerdì 20 maggio ore 11.
La lezione sarà incentrata al tema della comunicazione istituzionale con particolare riferimento all’immagine aziendale, come sintetizza il titolo dell’intervento: “Corporate identity: immagine o identità?”.
L’intervento si concentrerà infatti sugli elementi cardini della comunicazione d’impresa, ciò che tecnicamente va sotto il nome di corporate identity e che comprende numerosi strumenti: dal logo alla brochure, dal sito ai contenuti multimediali, dalle insegne agli arredi fino a comprendere merchandising e quant’altro caratterizza l’immagine dell’azienda.
Il titolo esplicita inoltre un concetto essenziale della relazione dell’ing. Ianeselli: l’importanza della corporate identity non solo come manifestazione esteriore costituita da elementi raffigurativi, cromatici, ecc. del marchio ma come portatrice di simboli, icona della filosofia aziendale, creatrice di un’identità riconoscibile e distinguibile attraverso cui si esplicitano i valori dell’azienda stessa.
L’esposizione sarà concretizzata mediante la presentazione di due casi studio, nel parco clienti dell’ing. Ianeselli e rispettivamente provenienti da un settore produttivo e da un ambito di terziario, a conferma dell’importanza e pervasività di questa identità in qualsiasi contesto di mercato.
“Sono sinceramente onorata dell’invito del Prof. Scarso.” – commenta l’ing. Ianeselli – “ La proposta di collaborazione apre lo spazio ad uno sguardo curioso verso tematiche qualitative del marketing altrimenti estranee alla formazione tipica ingegneristica. Il Suo sincero interesse e coinvolgimento ha permesso di valutare insieme un “taglio” dell’intervento che potesse inserirsi nel percorso già sviluppato con gli studenti per fornire loro una prospettiva alternativa con cui guardare ad alcune attività, di sicura utilità anche nell’approccio professionale”.
“Ringrazio l’ing. Ianeselli per aver accettato di portare una testimonianza della propria esperienza professionale agli studenti del mio corso.” – interviene il Prof. Scarso – “È importante e utile che gli studenti, specie quelli dell’ultimo anno, possano farsi un’idea diretta dei temi che potrebbero trovarsi ad affrontare una volta entrati nel mondo del lavoro, tanto più se illustrati da un professionista che ha effettuato il loro stesso percorso di studi.”
----------------------------------------------------------------
Ing. Elena Ianeselli [http://www.brainemotion.blogspot.com/]
Elena Ianeselli nasce professionalmente nel 2000 come ingegnere gestionale che sceglie l’ambito della comunicazione e marketing come settore di attività. Già fondatrice di un’agenzia di comunicazione a Verona, opera come consulente indipendente su tematiche di comunicazione d’impresa per lo sviluppo di piani e attività di marketing. Da alcuni anni si occupa inoltre di formazione sia in ambito aziendale che universitario per diffondere la cultura della comunicazione come valore essenziale di crescita e sviluppo personale ed economico.
Prof. Enrico Scarso [http://www.gest.unipd.it/labtesi/es-homepage.htm]
Enrico Scarso è Professore Associato di Ingegneria economico-gestionale presso la facoltà di Ingegneria dell’università di Padova dove insegna Economia aziendale ed applicata e Tecniche quantitative di marketing.
Un incontro presso l’Università di Vicenza per parlarne con l’ing. Ianeselli
L’ing. Elena Ianeselli torna in cattedra a parlare con giovani studenti universitari del mondo della comunicazione aziendale. L’appuntamento del 2011 è presso l’Università di Padova – Sede di Vicenza (stradella S. Nicola, 3), Facoltà di Ingegneria, Dipartimento di Tecnica e Gestione dei Sistemi Industriali nel corso tenuto dal Prof. E. Scarso “Tecniche Quantitative di Marketing”, venerdì 20 maggio ore 11.
La lezione sarà incentrata al tema della comunicazione istituzionale con particolare riferimento all’immagine aziendale, come sintetizza il titolo dell’intervento: “Corporate identity: immagine o identità?”.
L’intervento si concentrerà infatti sugli elementi cardini della comunicazione d’impresa, ciò che tecnicamente va sotto il nome di corporate identity e che comprende numerosi strumenti: dal logo alla brochure, dal sito ai contenuti multimediali, dalle insegne agli arredi fino a comprendere merchandising e quant’altro caratterizza l’immagine dell’azienda.
Il titolo esplicita inoltre un concetto essenziale della relazione dell’ing. Ianeselli: l’importanza della corporate identity non solo come manifestazione esteriore costituita da elementi raffigurativi, cromatici, ecc. del marchio ma come portatrice di simboli, icona della filosofia aziendale, creatrice di un’identità riconoscibile e distinguibile attraverso cui si esplicitano i valori dell’azienda stessa.
L’esposizione sarà concretizzata mediante la presentazione di due casi studio, nel parco clienti dell’ing. Ianeselli e rispettivamente provenienti da un settore produttivo e da un ambito di terziario, a conferma dell’importanza e pervasività di questa identità in qualsiasi contesto di mercato.
“Sono sinceramente onorata dell’invito del Prof. Scarso.” – commenta l’ing. Ianeselli – “ La proposta di collaborazione apre lo spazio ad uno sguardo curioso verso tematiche qualitative del marketing altrimenti estranee alla formazione tipica ingegneristica. Il Suo sincero interesse e coinvolgimento ha permesso di valutare insieme un “taglio” dell’intervento che potesse inserirsi nel percorso già sviluppato con gli studenti per fornire loro una prospettiva alternativa con cui guardare ad alcune attività, di sicura utilità anche nell’approccio professionale”.
“Ringrazio l’ing. Ianeselli per aver accettato di portare una testimonianza della propria esperienza professionale agli studenti del mio corso.” – interviene il Prof. Scarso – “È importante e utile che gli studenti, specie quelli dell’ultimo anno, possano farsi un’idea diretta dei temi che potrebbero trovarsi ad affrontare una volta entrati nel mondo del lavoro, tanto più se illustrati da un professionista che ha effettuato il loro stesso percorso di studi.”
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Ing. Elena Ianeselli [http://www.brainemotion.blogspot.com/]
Elena Ianeselli nasce professionalmente nel 2000 come ingegnere gestionale che sceglie l’ambito della comunicazione e marketing come settore di attività. Già fondatrice di un’agenzia di comunicazione a Verona, opera come consulente indipendente su tematiche di comunicazione d’impresa per lo sviluppo di piani e attività di marketing. Da alcuni anni si occupa inoltre di formazione sia in ambito aziendale che universitario per diffondere la cultura della comunicazione come valore essenziale di crescita e sviluppo personale ed economico.
Prof. Enrico Scarso [http://www.gest.unipd.it/labtesi/es-homepage.htm]
Enrico Scarso è Professore Associato di Ingegneria economico-gestionale presso la facoltà di Ingegneria dell’università di Padova dove insegna Economia aziendale ed applicata e Tecniche quantitative di marketing.
lunedì 16 maggio 2011
Takete o Maluma?
Guardate la figura e provate a dire chi è Takete e chi è Maluma...3 secondi...non pensateci troppo!
Avete risposto Maluma per la prima figura e Takete per la seconda? Complimenti! Come il 90% degli intervistati!
Un caso? Secondo la psicolinguistica no!
Facciamo un rapido passo indietro per spiegare.
E' forse nozione ormai diffusa che il nostro cervello è diviso in due emisferi: il sinistro controlla la parte sinistra del corpo, è la parte razionale e logica, gestisce il linguaggio, ecc. Il destro che presiede al nostro lato sinistro è il cervello "emotivo", quello artistico o detta in altri termini quello analogico.
Descritto così sembrerebbe che quando parliamo il nostro lato sinistro sia l'unico interprete e creatore di ciò che diciamo ma in verità una larghissima parte è invece gestita dall'emisfero destro.
Ricordate il post sulla comunicazione dove ben il 38% è para-verbale e fatta di toni, ritmi, ecc.? Bene! Questi sono gestiti dal lato destro del nostro cervello dunque già così capiamo il contributo non banale di questa parte di percezione nel nostro comunicare.
Ma non è finita! Perchè avete tutti (o quasi) scelto l'abbinamento descritto all'inizio di questo post?
Perchè Takete e Maluma non sono solo due parole intese come codice digitale, fonemi cui si associa un significato (in questo caso nullo dato che non sono termini esistenti). Sono anche codici analogici: una sorta di sintesi di componenti sensoriali che ci consentono di interpretare la realtà circostante ed in particolare di comunicarla, fortemente riferita al nostro contesto culturale e che fa da riferimento essenziale alla rappresentatività generale.
Facciamo un esempio concreto! Se dico "bicchiere" ho pronunciato un fonema che si associa ad un chiaro significato. E questo me lo dice l'emisfero sinistro. Ciascuno di noi però avrà una propria immagine mentale generalista di bicchiere già patrimonio dell'emisfero destro. Contemporaneamente ciascuno di noi ha un'idea della "bicchierità", di ciò cioè che consente di riconoscere un bicchiere, che è un patrimonio fortemente correlato al proprio contesto culturale. E' questa idea di bicchierità che ci permette di rispondere alla richiesta del vicino che ci chiede un bicchiere anche se davanti a noi non c'è il bicchiere che abbiamo come immagine di riferimento e a lui di non trovare difficoltà nell'accettare quello che gli porgeremo anche se diverso dalla sua immagine di bicchiere.
Complesso? In verità no... è questo codice condiviso che parametrizzato rispetto alle singole culture ci permette di arrivare al risultato iniziale, perchè possiamo mappare suoni e forme e trovare "corrispondenze" condivise per cui la figura a sinistra DEVE chiamarsi Maluma, mentre l'altra Takete.
E' la psicolinguistica che ci permette di creare forme, packaging, loghi, grafiche, slogan, ecc. che si allineano a questo codice condiviso rispecchiando l'idea e il posizionamento che vogliamo dare alla nostra azienda.
Dunque, nessuna magia, nessuna manipolazione... scienza... e processi che ogni giorno influenzano il nostro agire, il nostro scegliere, il nostro comunicare.
Forse è interessante conoscerli no?
martedì 3 maggio 2011
Il primo della classe
Domanda secca: a scuola eravate il classico "secchione" o quello dell'ultima fila?
E facendo un bilancio della vostra classe, diciamo scuola superiore o università, chi ha avuto o ha oggi più successo professionale? Il secchione o quello dell'ultima fila?
E' probabile le vostre risposte confermino i dati che George Vaillant, psicologo di Harvard, rilevò negli anni '70 e che rivelavano che i punteggi scolastici erano spesso contraddetti dai risultati professionali successivi.
Con Howard Gardner e Daniel Goleman il risultato trovò poi conferma e una qualche formalizzazione negli studi che dimostrarono una correlazione tra successo e quella che fu chiamata intelligenza emotiva (o sociale).
In pratica la capacità di superare le frustrazioni, di controllare le emozioni, di andare d'accordo con gli altri e in sintesi di relazionarci e COMUNICARE con chi ci sta attorno risulta essere la vera determinante di una carriera felice e proficua.
Vi state chiedendo come mai dunque il vostro burbero, insopportabile, asociale capo sia così in alto? Beh... non tutte le strutture aziendali hanno ai vertici il top del proprio staff in termini di potenziale professionale e le eccezioni hanno giusto la funzione di confermare la regola.
Ma se niente meno che Henry Ford sosteneva che "Non c'è nulla che permetta ad un uomo di aver successo nella vita come la capacità di comunicare", pensiamo di poterci unire a questa visione e ritenere che non sia solo il nozionismo ma anche l'abilità di lavorare in gruppo, l'assertività, la competenza nell'esprimere con chiarezza e proprietà linguistica i nostri pensieri ed insieme l'empatia nel rapportarci agli altri ascoltando il loro punto di vista a renderci persone di successo professionale e personale.
E chissà... forse questo diventerà tanto più vero in una società multi-etnica quale la nostra sta diventando...
E facendo un bilancio della vostra classe, diciamo scuola superiore o università, chi ha avuto o ha oggi più successo professionale? Il secchione o quello dell'ultima fila?
E' probabile le vostre risposte confermino i dati che George Vaillant, psicologo di Harvard, rilevò negli anni '70 e che rivelavano che i punteggi scolastici erano spesso contraddetti dai risultati professionali successivi.
Con Howard Gardner e Daniel Goleman il risultato trovò poi conferma e una qualche formalizzazione negli studi che dimostrarono una correlazione tra successo e quella che fu chiamata intelligenza emotiva (o sociale).
In pratica la capacità di superare le frustrazioni, di controllare le emozioni, di andare d'accordo con gli altri e in sintesi di relazionarci e COMUNICARE con chi ci sta attorno risulta essere la vera determinante di una carriera felice e proficua.
Vi state chiedendo come mai dunque il vostro burbero, insopportabile, asociale capo sia così in alto? Beh... non tutte le strutture aziendali hanno ai vertici il top del proprio staff in termini di potenziale professionale e le eccezioni hanno giusto la funzione di confermare la regola.
Ma se niente meno che Henry Ford sosteneva che "Non c'è nulla che permetta ad un uomo di aver successo nella vita come la capacità di comunicare", pensiamo di poterci unire a questa visione e ritenere che non sia solo il nozionismo ma anche l'abilità di lavorare in gruppo, l'assertività, la competenza nell'esprimere con chiarezza e proprietà linguistica i nostri pensieri ed insieme l'empatia nel rapportarci agli altri ascoltando il loro punto di vista a renderci persone di successo professionale e personale.
E chissà... forse questo diventerà tanto più vero in una società multi-etnica quale la nostra sta diventando...
venerdì 15 aprile 2011
Sogno o son desto?
Per la serie "volevamo stupirvi con effetti speciali" oggi ci divertiamo a giocare con la nostra percezione.Le illusioni ottiche sono tema sempre molto curioso su cui ci riusciamo a sorprenderci anche dopo averne sentito parlare ampiamente in modo più e meno scientifico.
Oggi ho scelto una "vignetta" piuttosto celebre che ancora mi desta sorpresa e incredulità pur avendola scientifica testata.
Prima che possiate scendere nella pagina a vedere la risposta vi faccio subito la domanda: i quadrati A e B sono dello stesso colore o diversi?
Nonostante ci si aspetti da queste situazioni di dover dare la risposta meno ovvia a questo quesito penso che chiunque di voi abbia totalmente escluso di poter dire uguali! A è definitivamente più scuro di B!
Ebbene... avete un programma di grafica sottomano? Qualsiasi strumento che consenta di campionare un colore?
Provate e ditemi se non vi risulta che A e B hanno questi rispettivi codici rgb
A: 121,121,121
B: 121,121,121
Non ho digitato male... sono uguali... ugualissimi, scientificamente assolutamente identici!
Impossibile! So che state pensando questo... eppure il dato scientifico si scontra con la nostra percezione... non ne siamo convinti ma è così!
Il contesto della figura fa sì che il nostro sistema percettivo veda due toni diversi semplicemente perchè B deve essere più chiaro di A per la struttura della scacchiera. Che l'ombra vari i toni e comporti questa identità scientifica di un codice rgb non importa...non al nostro cervello che ha ben altro di cui occuparsi che di beceri rgb, cmyk o qualsiasi altra codifica numerica vogliate usare per descrivere un colore.
MA se dunque con un semplice gioco "cado" così facilmente nella "trappola" e mi perdo la realta dei fatti... mi chiedo... quante altre volte la perdo senza saperlo... quante altre volte il ragionamento e la scienza passano in secondo piano per il mio sistema percettivo?
Fuor di metafora... quante volte il contesto, le mie aspettative, la situazione emotiva e materiale, la relazione, ecc. fanno sì che io interpreti ciò che mi accade intorno in modo distorto rispetto all'oggettività?
E riportandomi al tema a noi tanto caro della comunicazione, quante volte il vostro grigio A sembra così diverso dal mio grigio B solo per l'ombra diversa e un presunto ruolo diverso nella scacchiera della vita???
Per chi ancora diffida e non ha un programma di grafica a disposizione aggiungo anche l'immagine sotto con cui togliersi ogni dubbio... o quasi.....
Per chi ancora diffida e non ha un programma di grafica a disposizione aggiungo anche l'immagine sotto con cui togliersi ogni dubbio... o quasi.....
martedì 22 marzo 2011
Diamo i numeri: le % della comunicazione
Se dovessimo elencare alcuni elementi distintivi e caratteristici del comportamento umano rispetto a quello animale di certo tra le varie voci inseriremmo la parola…fieri e orgogliosi di essere in possesso di questo straordinario strumento di comunicazione.
Del resto come negare che parlare ci permetta di esprimere e trasmettere agli altri (i.e. comunicare) concetti articolati, totalmente astratti con grande dovizia di particolari e sfumature.
Tuttavia se andiamo un po’ più a fondo ci rendiamo conto che la parola non è l’unico aspetto della nostra comunicazione.
Il tono di voce, l’intonazione, il volume e il ritmo con cui parliamo portano moltissimi significati. Un’espressione concitata trasmette ansia, una parola urlata può essere rabbia o rimprovero, un tono scontroso ci comunica scarsa disponibilità…e questo a parità di contenuto verbale…
Altrettanto immaginate qualcuno che a braccia conserte vi inviti ad entrare o con volto triste vi risponda che è profondamente soddisfatto della sua vita… in entrambi i casi il messaggio verbale vi risulterebbe non confermato da quello gestuale.
Dunque il linguaggio verbale è solo una parte di comunicazione cui si aggiunge il paraverbale (tono, volume, timbro, ritmo, ecc.) e il non verbale (mimica, gestualità, prossemica, ecc.).
La composizione percentuale è molto diversa da quella che potremmo immaginare.
Interpretiamo infatti un messaggio attraverso il linguaggio verbale per il 7%, il paraverbale per il 38% e il non-verbale per il 55%.
Sorpresi? Beh il linguaggio verbale è nato in definitiva in tempi recenti rispetto all’evoluzione umana e sulle nostre spalle sta un bagaglio incredibile di comunicazione priva di linguaggio che ci ha fatto sopravvivere per secoli e ancora è rimasta come imprinting nelle nostre menti.
Cosa ne deriva?
Che se non c’è coerenza tra i vari linguaggi percepiano un senso di disagio nella comunicazione
Che dovremmo affidarci al linguaggio non-verbale per capire le reali intenzioni di chi ci parla perché è più istintivo e meno gestito consapevolmente
Che dobbiamo fare attenzione quando usiamo canali che tecnicamente non possono avere tutte e 3 i livelli della comunicazione perché trasmettere efficacemente il nostro pensiero sarà più difficile…
Del resto avete mai aggiunto un emoticon ai vostri sms o alle vostre chat? O siete mai rimasti incerti davanti ad una mail per capire se il capo vi sta evidenziando qualcosa implicando un rimprovero o semplicemente vi sta inviando un suggerimento bonario?
Del resto come negare che parlare ci permetta di esprimere e trasmettere agli altri (i.e. comunicare) concetti articolati, totalmente astratti con grande dovizia di particolari e sfumature.
Tuttavia se andiamo un po’ più a fondo ci rendiamo conto che la parola non è l’unico aspetto della nostra comunicazione.
Il tono di voce, l’intonazione, il volume e il ritmo con cui parliamo portano moltissimi significati. Un’espressione concitata trasmette ansia, una parola urlata può essere rabbia o rimprovero, un tono scontroso ci comunica scarsa disponibilità…e questo a parità di contenuto verbale…
Altrettanto immaginate qualcuno che a braccia conserte vi inviti ad entrare o con volto triste vi risponda che è profondamente soddisfatto della sua vita… in entrambi i casi il messaggio verbale vi risulterebbe non confermato da quello gestuale.
Dunque il linguaggio verbale è solo una parte di comunicazione cui si aggiunge il paraverbale (tono, volume, timbro, ritmo, ecc.) e il non verbale (mimica, gestualità, prossemica, ecc.).
La composizione percentuale è molto diversa da quella che potremmo immaginare.
Interpretiamo infatti un messaggio attraverso il linguaggio verbale per il 7%, il paraverbale per il 38% e il non-verbale per il 55%.Sorpresi? Beh il linguaggio verbale è nato in definitiva in tempi recenti rispetto all’evoluzione umana e sulle nostre spalle sta un bagaglio incredibile di comunicazione priva di linguaggio che ci ha fatto sopravvivere per secoli e ancora è rimasta come imprinting nelle nostre menti.
Cosa ne deriva?
Che se non c’è coerenza tra i vari linguaggi percepiano un senso di disagio nella comunicazione
Che dovremmo affidarci al linguaggio non-verbale per capire le reali intenzioni di chi ci parla perché è più istintivo e meno gestito consapevolmente
Che dobbiamo fare attenzione quando usiamo canali che tecnicamente non possono avere tutte e 3 i livelli della comunicazione perché trasmettere efficacemente il nostro pensiero sarà più difficile…
Del resto avete mai aggiunto un emoticon ai vostri sms o alle vostre chat? O siete mai rimasti incerti davanti ad una mail per capire se il capo vi sta evidenziando qualcosa implicando un rimprovero o semplicemente vi sta inviando un suggerimento bonario?
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